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Continuano i “colloqui immaginari” di Wondernet, e per questo appuntamento il nome che abbiamo scelto è quello della meravigliosa Elsa Schiaparelli (1890-1973), regina dei salotti europei nel periodo tra le due guerre.

Stilista “surrealista” e “anticonformista”, a Schiaparelli si devono innumerevoli creazioni nel mondo della moda – non ultimo quello dell’iconico colore rosa shocking – e la scoperta delle infinite possibilità creative offerte da sodalizi inediti con mondi diversi dal proprio, come quello dell’arte: la collaborazione più celebre?

Proprio quella con il surrealismo e Salvator Dalì.

La sua vita? Un vero inno alla libertà!

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Claudia: la prima cosa che vorrebbe dirmi?

 

E. S.: sono nata a Roma, e ho vissuto al celebre Palazzo Corsini (mia madre era un’aristocratica, discendente della storica famiglia dei Medici), e lì sono cresciuta, circondata da artisti e intellettuali. Ho studiato filosofia, ho scritto poesie e volevo fare l’attrice…

 

Claudia: ma poi è finita in Svizzera, in un convento.

 

E. S.:  avevo scritto un libro di poesie (Arethusa del 1911), ma era troppo libero e sensuale per l’epoca e per l’ambiente conformista della mia famiglia. Così mi hanno mandata in Svizzera. Io volevo solo la libertà,  l’emancipazione. Alla fine tutto questo è arrivato: quando ho visto Londra per la prima volta, e quando in seguito mi sono trasferita a New York. È in America che ho scoperto l’arte e la sua funzione più nobile: esprimere se stessi e i propri desideri, la propria libertà.

 

Claudia: a New York entra nel circolo degli avanguardisti, dove conosce grandi artisti come Duchamp e Man Ray, che propongono un radicale ribaltamento dei valori artistici tradizionali per un’arte tutta intellettualistica, libera, crudele. È in questo contesto che nasce finalmente la vocazione per la moda?

 

E.S.: non proprio. A New York ho scoperto un’arte che mi piaceva, così diversa da quella che si respirava nei circoli intellettuali romani degli anni della mia infanzia: quest’ espressività avrebbe poi ispirato il mio lavoro. Ma la mia passione, quella che ho amato più di tutto, è arrivata a Parigi, dove mi sono trasferita nel 1922. Visitai l’atelier di Paul Poiret, che nei suoi abiti degli anni Dieci proponeva una nuova immagine dell’universo femminile, liberando la donna dalle costrizioni del busto per esempio. La sua filosofia della moda mi piacque. Pochi anni più tardi, nacque la mia prima maison e la mia prima collezione, che venne presentata nel 1927.

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Claudia: quella del maglione – tatuaggio, o trompe l’oeil.

 

E.S.: oh, esattamente. Era maglieria realizzata con un particolare punto a maglia bicolore, con disegni che sembravano attaccati alla pelle. Ho iniziato a riversare sulla stoffa, nel disegno, tutto ciò che avevo visto nel campo dell’arte: dadaismo, surrealismo, arte africana. Era fatta. Da lì non mi sono più fermata: sono arrivati i costumi da bagno, gli abiti sportivi d’ispirazione cubista e africana, e quelli da sera, nel 1931, e poi gioielli, profumi, cappelli…

 

Claudia: erano gli stessi anni di Coco Chanel, ma le vostre erano proposte totalmente diverse: semplice, essenziale e austera l’una, tanto esuberante e colorata l’altra, con le sue stoffe simili a plastica e carta, con i suoi bottoni fantasiosi, le spille giganti a forma di insetto, i tailleur con cassetti come tasche…

 

E.S.: Ovunque vedevo luci, animali, persino acrobati. E intorno, i colori: arancio, verde, viola… tutto era un sogno…a ognuno la propria libera visione del mondo.

 

Claudia: ha scordato la tonalità cromatica del rosa shocking! E “shocking life” è il titolo della sua autobiografia (pubblicata in italiano dall’editore romano Donzelli nel 2016).

 

E.S.: il rosa shocking? L’ho inventato io! nel 1936 nasceva Shocking de Schiaparelli, il mio profumo, e la confezione doveva “scioccare” appunto. Era sconvolgente anche il flacone in essa contenuta,  modellato sul torso dell’attrice Mae West. Ma sono stata tra le prime a scegliere materiali come il tweed, il tessuto “escorce d’arbre” (goffrato scorza d’albero) o a usare fibre artificiali.

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Claudia: con  Chanel, comunque, una cosa in comune l’avevate: la nuova formula di pret a porter. È una vera rivoluzione, perché è l’universo del fashion  come lo conosciamo ancora oggi. Ma il suo contributo alla moda moderna è stata la “sfilata” intesa come la intendiamo noi moderni. Quali sono stati i  suoi ingredienti vincenti?

 

E.S.: la teatralità e la provocazione. Le presentazioni dei miei abiti erano un vero spettacolo a tema,  con arte e musica. E poi la provocazione. Mi divertivo a provocare. A Copenaghen un giorno, passeggiando al mercato del pesce, vidi delle donne sedute sui canali con in testa cappelli fatti con fogli di giornali ripiegati. Tornata a Parigi ho ritagliato tutti gli articoli che parlavano di me e li ho messi insieme per farci stampare seta e cotone. Era il 1935 e quella stoffa stampata divenne la mia nuova collezione. La chiamai “Fermati, guarda e ascolta”. Ma di provocazione è intrisa anche la collaborazione con Salvator Dalì: borse a forma di telefono in velluto nero con dischi ricamati in oro, abiti da gran sera di organza con dipinte enormi aragoste, con chiari richiami erotici, e persino cappelli a forma di scarpa. Un momento assoluto e importantissimo, perché fatto solo di  pura sperimentazione, nel libero gioco della fantasia. Perché il vestito perfetto che resiste alla moda e alla vita è solo uno: il vestito della libertà.

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